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LE CINQUE GIORNATE DI MILANO inserito da Adriano Radaelli - il 21.10.2005 |
PREFAZIONE
Anche i poveri cristi possono essere coinvolti e travolti da avvenimenti più grandi di loro . La storia non guarda in faccia nessuno . L’ insurrezione di Milano, nota come le Cinque Giornate, ebbe luogo dal 18 al 22 marzo 1948 e portò alla cacciata degli austriaci .
GUSTIN
La giornata si preannunciava grigia e umida . Promessa di pioggia dal cielo . Era il diciottesimo giorno del mese di marzo, ma della primavera ancora poche tracce . Come tutti i sabati Gustin si era alzato un pò più tardi del solito . Aveva faticato al mulino l’ intera settimana . Doveva ancora consegnare quel carico di farina che suo cugino Peder, il prestineè di via Ponte Vetero a Milano, gli aveva richiesto e che lui, impossibilitato il cugino a muoversi, gli aveva promesso . Non che se ne fosse dimenticato . Semplicemente aveva avuto troppo da fare . Il lavoro del mornèè in un piccolo paese come Bresso era molto richiesto e già malediva quella promessa fatta al cugino . “Ades vo a Milan e ghe porti la farina . Già che ci sono - aveva pensato per far contento il Peder o forse per evitare i suoi rimbrotti - ci porto pure due casse di uova fresche” . Il cugino sapeva apprezzare il dono e non faceva certo mistero di rivenderle a buon prezzo . Preparò la lista della merce da esibire al dazio . Caricò il carro della quantità di farina indicata . “Le uova no - disse a voce alta - Queste al dazio non le dichiaro di certo” . Sotto il sedile del carro aveva approntato uno spazio con doppio fondo, dove all’ occorrenza poteva nascondere quello che non voleva mostrare a dazieri o parenti . “Qui le uova ci stanno benissimo . Sembra fatto apposta per loro il ripostiglio” annuì soddisfatto . Era usanza dei contadini provvedere spesso il carro agricolo di spazi ove, all’ occorrenza, nascondere prodotti o aggiungere sassi per aumentare il carico complessivo in occasione di una pesata . Vecchia mentalità, tramandata da generazioni, che aveva al riguardo fatto nascere anche allora nei cittadini, strane considerazioni sulla rettitudine morale degli abitanti la campagna . Gustin era vestito come tutti i paesan de la tera : un cappello sdrucito, una camicia di flanella colorata, una vecchia giacca ormai senza bottoni, dei pantaloni di fustagno larghi forse il doppio del dovuto . A Gustin non interessava certo il vestire . Il mantello decise di non metterlo . “A Milano ci sono tante osterie ed il vino è buono . Il mantello si corre il rischio di dimenticarlo . Le ragazze a Milano sono compiacenti . I soldi in tasca sono più importanti del vestito della festa” . Attaccò il fido Bigio al carro, fischiettando un motivo ormai molto popolare, scritto da un certo Verdi Giuseppe . Va pensiero sull’ ali dorate recitavano le parole . Gustin si ricordava solo l’ inizio . Però gli piaceva . Bigio conosceva il comportamento del suo padrone . Era ormai vecchio per capire che anche quella volta il viaggio non sarebbe stato lungo e al ritorno avrebbe dovuto da solo ritrovare la strada per Bresso, date le precarie condizioni dell’ uomo una volta uscito dall’ osteria . Gustin partì dalla sua corte a metà mattinata . “Va la pinin” diceva al Bigio, che ormai pinin non lo era più da un pezzo . E il Bigio cominciò a muoversi col suo passo lento e cadenzato . Prese la polverosa strada che dal Pilastrello scendeva giù dritta fino al villaggio di Niguarda, fiancheggiata dal Seveso, da campi e dai filari di gelsi, che quasi arrivavano ai bordi della carreggiata. Giunto sul ponte dove il Seveso attraversava la strada per voltare verso Pratocentenaro, spartendo Niguarda in due, fermò il cavallo . “Niguarda sta diventando sempre più grande - pensò - . Farà quasi 2000 anime, compresa Bicocca e Bicocchino . Lo dicevo io a Menico . Vedrai, tra un pò loro saranno più di noi bressesi” . Non ci voleva credere quel borlacatt . Dal ponte poteva seguire le larghe e diritte vie che conducevano ad una grande piazza, dove sorgeva la parrocchiale . Ricordava che sua nonna gli aveva raccontato la storia di un santo che era passato di lì, molti e molti anni prima, e aveva guarito qualcuno . Povera nonna . Da quanto tempo se n’ era andata ! “Va la pinin” . Il Bigio riprese il cammino . Usciti dall’ abitato la campagna si faceva ancora più verde, ricca d’ acqua, fertilissima . Aceri, olmi e pioppi ; robinie ed arbusti con i campi solcati da geometrici filari di moroni, frutta, legna e viti . Ogni tanto si dipartivano i viottoli che portavano alle cascine, dove da secoli ferveva un’ intensa attività produttiva : la Fresiana, la Pelicera, la Giulietta, Villa Lonati . Tanti nomi che per Gustin significavano soprattutto le famiglie che vi abitavano e che con le quali spesso si intratteneva in occasione di lavoro o di feste . Avvicinandosi a Milano la strada si faceva più frequentata . Carri e viandanti si portavano verso la città . “ Dunca - fece mentalmente il programma della giornata - Consegni i sac de farina al Peder e poe vo a quell’ osteria sul canton de via Pont Veder . El vin l’ è bon, el prezi minga mal e gh’ è anca l’ Adelina” . Gli venne subito in mente la pelle vellutata della ragazza . “Va la pinin” . Si incominciava a veder l’ inconfondibile sagoma della Chiesa di Santa Maria alla Fontana, la Gesa Vegia . E Bigio s’ arrestò . Gustin si ricordò di quella volta che sua madre aveva tremendi dolori alla schiena e quel narigiatt del Mintin gli aveva detto : “Portala al santuario de la Fontana e puciala in de l’ acqua miracolosa” . Sarà stata l’ acqua, la fede o la fatalità, certo è che alla povera donna i dolori erano scomparsi . Erano cresciute molte case attorno alla chiesa : un rione quasi unito a Milano aveva preso il posto di boschi e fontanili . Là si univa la strada che veniva da Dergano e cominciava un viale alberato fatto costruire tempo addietro dai fraticelli del santuario per invogliare i milanesi a venire nella chiesa fuori le mura . “Va la pinin” . Bigio riprese il suo passo . Era quasi mezzogiorno e ora si vedevano la mura, o meglio quello che restava dei bastioni e Porta Comasina . Quasi due ore per percorrere 5 miglia . Gustin era contento . Con il Bigio non ci si poteva mettere di meno : quasi quasi si faceva più veloce a piedi . Ma i sacchi di farina chi li avrebbe portati ? Bigio non era un cavallo da corsa . Bigio non era nemmeno un cavallo di tiro . Era Bigio e basta . Tutti lo sapevano e anche per questo Gustin era contento . Porta Comasina : l’entrata a Milano di chi arriva da Bresso, da Como, da Asso o dalla Brianza . Un magnifico arco trionfale in ordine dorico sormontava l’ ingresso, in pietra di Viggiù a una fornace, con due passaggi pedonali aperti sui fianchi e due caselli laterali . Alla sommità dell’ arco quattro colossali statue allegoriche raffiguranti i fiumi Po, Ticino, Adda ed Olona . Era stata dedicata all’ imperatore Francesco I d’ Austria, in ricordo della sua venuta a Milano . “Milano, che città ! Quanta gente . Dicono che abbia quasi duecentomila abitanti - pensava Gustin - . Noi a Bresso, al massimo arriviamo a 1500” . Diceva questi numeri senza una precisa cognizione matematica . Aveva imparato a leggere, scrivere e far di conto alla scuola elementare dove la brava maestra Angela si era profusa in spiegazioni ed incoraggiamenti . Per Gustin però la scuola era stata solo una perdita di tempo e non aveva più voluto saperne . Per questo la differenza tra le centinaia, le migliaia e le decine acquistava solo una dimensione teorica . A lui servivano i chili e i quintali, le misure con le quali abitualmente lavorava . Arrivato a Porta Comasina gli venne incontro il daziere . “Di dove venite ?” disse l’ uomo con aria sospettosa . “Da Bresso . Porto farina al Peder, el prestineè de Pont Veder . Questa l’ è la lista, con la bisogna” . Il funzionario la prese senza attribuirle molta importanza . Con un lungo ferro acuminato fece due volte il giro del carro, conficcandolo ogni tanto a mò di sonda tra i sacchi . Si fermò sul lato del sedile e picchiò col bastone sul legno . Gustin ebbe un attimo di smarrimento pensando alle sue uova . “Nascondete armi, fucili o coltelli ?” “State scherzando comandante . Noi paisan siamo gente per bene . Non giriamo con quelle cose !” “State attento buonuomo . Oggi è una giornata speciale . C’ è aria di sommossa . Portate quello che dovete e tornate a casa vostra al più presto . Questo è il mio consiglio” . Mise la firma sull’ elenco delle merci e lo restituì a Gustin . “Fanno cinque scudi . Fate presto - ripetè ancora una volta - è per il vostro bene” . Gustin pagò il dovuto e riprese le briglie . “Va la pinin” e il cavallo come sempre lentamente s’ avviò . Il rumore degli zoccoli e delle ruote sull’ acciottolato segnarono l’ ingresso in città . “Hai visto Bigio - disse rivolgendosi al cavallo - Non si è sognato di controllare sotto il sedile . Te l’ avevo detto : è un nascondiglio sicuro per le uova” . Bigio non riuscì a rispondere . All’ improvviso un frastuono assordante . Proveniva dall’ angolo della strada . Urla e grida frammiste a rumori di passi . Una folla di uomini e donne si fece incontro . “Mettete di traverso quel carro . Dobbiamo rallentare la marcia dei soldati” . Gustin capì con una frazione di ritardo che quel carro era il suo carro . Lo fecero scendere e senza attendere risposte rovesciarono il mezzo sulla strada . “Presto voi delle case - disse un uomo col cappello piumato e un vecchio fucile in spalla - portate tutto quello che potete : mobili, letti, materassi, armadi . Dobbiamo innalzare una barricata per bloccare gli austriaci : tra qualche minuto saranno qui . Gustin vide il suo carro con le ruote per aria, la sua farina sparsa sulla strada, e una massa informe di tuorli e albume d’ uovo, che come una frittata mal girata fuoriusciva dal sedile e si disperdeva tra i ciottoli . “Gesummaria . Ma vialter a si matt ! Cosa avete fatto ! Le mie uova” . Il povero Biglio, liberato dal giogo del carro e impaurito dalla calca corse via nitrendo e sbuffando, come mai in vita sua aveva fatto . “Mi avete rovinato . Cosa dirà il Peder ?” “Cosa vuoi che ci importi di questo Peder - rispose l’ uomo col cappello, che sembrava il capo di quella gente - Qui sta per scoppiare la rivoluzione e tu pensi alla farina e alle uova !” Con una manata lo scansò . “Attenti - urlò una donna affacciata alla finestra del secondo piano - Riven i todesch !” La barricata era quasi pronta ed occupava tutta la larghezza della carreggiata . Dai balconi qualcuno buttò ancora delle sedie e un materasso . “Lasciate solo un piccolo passaggio verso il muro” urlò un uomo armato di fucile da caccia . Apparve in quella un drappello di austriaci, cacciatori Kaiser jager . Li precedeva un maggiore a cavallo con la spada sguainata . Vide l’ostacolo pararsi dinnanzi e ordinò l’ alt . Dai tetti iniziò un fitto lancio di tegole, coppi, sassi e quadrelli verso la truppa . Uno dei militari cadde colpito alla testa . “Sotto i cornicioni - urlò l’ ufficiale - Mirate in alto . Fuoco !!” Una scarica partì dal lato della strada . Un giovane, sul davanzale del balcone fu preso in piena fronte da un pallettone . Ondeggiò un attimo, poi precipitò sulla strada sottostante con un volo di dieci metri . Un rumore sordo segnò l’ impatto al suolo del corpo . “Bastardi” urlò la folla impietrita . Un uomo alto, col pizzo ben curato, estrasse la pistola e sparò in direzione della truppa . In breve i due gruppi si scambiarono ripetuti colpi d’ arma da fuoco . Il maggiore, sceso da cavallo, ordinò la carica . Le bianche divise si buttarono contro la barricata, cercando di superare l’ ostacolo . Qualcuno cadde subito, altri raggiunsero i rivoltosi ed iniziarono un violento corpo a corpo . Baionette contro bastoni . Dallo stradone di Santa Teresa giunsero altri popolani con fucili . “Dobbiamo impedire che gli austriaci passino” . L’ arrivo dei rinforzi fece ondeggiare i combattenti . D’ improvviso il maggiore sentì un dolore lancinante . Lasciò cadere la spada, portò la mano al petto e cadde al suolo . Una striscia rossa di sangue sporcò la sua uniforme . “L’ em ciapaà !” urlò l’ uomo col cappello piumato . Disorientati dalla perdita del loro comandante, le truppe austriache si ritirano in ordine sparso verso la caserma di San Simpliciano . “Scapen i patatuch ! Scapen i todesch . In andàà, in andàà !” fu il grido liberatore . “Prendete le giberne con le cartucce e tutto quello che può servire dai caduti . “Abbiamo occupato il palazzo del governo - raccontò uno dei nuovi venuti - O’ Donnel ha firmato il decreto : ha concesso la costituzione della Guardia Civica . Radetzki ha ordinato lo stato d’ assedio . Gli Austriaci stanno uscendo dal Castello e dalle caserme . Vanno ai bastioni . Vogliono occupare le porte per impedire l’ ingresso in città . Campane a martello . Campane a martello . Portate pistole, sciabole, bastoni . Stanno accerchiando Milano” . “Ti, vestì da paisan, da dove te vegnet” disse rivolgendosi a Gustin un uomo con una fascia tricolore . “Sont de Bress” rispose Gustin . “Presto, torna a Bress e su la strada digh a tutt quei che te incontret che la rivolta l’ è cominciada e che vegnen giò a Milan . Se combat per la libertà . Che vegnen in tanti, omen, fioe, tutt quei che poden, con forconi e sciopp . Va e fa prest !” Gustin non si fece pregare . Era ancora sconvolto . Che giornata ! Aveva perso il carro, la farina, le uova e soprattutto Bigio . Rivoluzione, rivolta erano parole troppo grandi per lui . Raccolse da terra la pistola che un soldato austriaco aveva abbandonato . Se la infilò nella cintura . Sistemò il cappello e rapidamente prese la via di Porta Comasina . Fece a ritroso a piedi il cammino della mattina . Ancora una volta gli sovvenne il suo carro e Bigio . Chissà dov’ era finito il povero animale ! Vide Porta Comasina . C’ era animazione . Capannelli di gente parlavano in modo concitato degli avvenimenti della giornata . Il buio cominciava a scendere, ma le luci non erano state ancora accese . Un gruppo di soldati controllava i documenti e di fatto impediva a chiunque l’ ingresso in città . Nella confusione nessuno si accorse di Gustin . Stava ormai passando il limite della porta quando un croato lo vide . “Halt! Nicht uberschreiten! Verboten” disse puntando il fucile . Per tutta risposta Gustin estrasse la pistola e sparò in direzione del soldato . Non riuscì mai a spiegarsi quello che aveva fatto, né come fosse stato capace di farlo . Il soldato, colpito in pieno petto, stramazzò al suolo in un lago di sangue . Come un animale braccato che visto un varco di fuga si lancia a capofitto incurante dei pericoli e centuplica le forze così Gustin iniziò una folle corsa lungo il viale alberato, senza curarsi dei pallettoni che gli fischiavano intorno . Forse per la sorpresa, forse per l’ oscurità, la sua fuga ebbe successo . Dopo 500 metri di corsa a perdifiato, si fermò ansimando, col cuore che gli scoppiava . Si voltò indietro . Nessuno lo stava inseguendo . “Ce l’ hai fatta Gustin” pensò . Solo allora si accorse che del sangue scendeva lungo i pantaloni . Una pallottola lo aveva colpito al fianco destro . Per fortuna era solo una ferita di striscio . “Ci vuole altro per fermarmi” . Mise un fazzoletto dove la mano aveva avvertito l’ escoriazione . “Mi medicherò a casa . Ora devo correre !” Pensò a Bigio, al soldato che aveva colpito, a tutto quello che aveva visto e sentito . Troppe emozioni in una giornata . Sapeva benissimo quello che doveva fare : correre a Bresso e raccontare della rivolta . E non aveva tempo da perdere .nel corso del XV secolo .